Il “tesoretto” del Vicus Caprarius.

E’ possibile quantificare il reale valore di una moneta antica? Quello economico, impresso in modo evidente su di essa, non ne è che una parte. Ogni moneta, più o meno preziosa che sia, è infatti una fonte preziosa di informazioni economiche, storiche e sociali.

Ogni oggetto di proprietà ha due usi: l’uno è proprio, l’altro non è proprio dell’oggetto. […] In realtà di tutto si può fare scambio: esso trae la sua origine da un fatto naturale, che cioè gli uomini hanno di alcune cose più del necessario, di altre meno. […] Quando l’aiuto cominciò a venire da terre più lontane, mediante l’importazione di ciò di cui avevano bisogno e l’esportazione di ciò che avevano in abbondanza, si introdusse di necessità l’uso della moneta. […] Per effettuare il baratto si misero d’accordo di dare e prendere tra loro qualcosa che, essendo di per sé utile, fosse facile a usarsi nei bisogni della vita, come il ferro, l’argento e i metalli in genere, definito dapprima alla buona mediante grandezza e peso, mentre più tardi ci impressero anche uno stampo per evitare di misurarlo, e lo stampo fu impresso come segno della quantità. […] Taluni ritengono tuttavia la moneta un “non senso”, una semplice convenzione legale, senza alcun fondamento in natura, perché, cambiato l’accordo tra quelli che se ne servono, non ha più valore alcuno […]: certo, strana sarebbe quella ricchezza che, pur se posseduta in abbondanza, lascia morir di fame…

(Aristotele, Politica 1, 9, 1257 a-b;).

E’ la convenzione giuridica, secondo Aristotele, l’elemento che genera ed identifica la moneta. Porta il nome di “nòmisma” in quanto non prodotto di natura ma della legge (nòmos) (Aristotele, Etica Nicomachea 5, 5).

L’importante non è, quindi, l’aspetto dell’oggetto, ma ciò che rappresenta: il rapporto di relazioni tra comunità diverse che il valore riconosciuto dalle stesse ad una moneta sintetizza. E che quindi, nel corso dei secoli, potrà tramandare.

Lo studio delle monete antiche può perciò fornire informazioni molteplici: dati cronologici, storico-politici ed economici, ma anche di carattere artistico, architettonico o stilistico. Ciò che bisogna sempre tenere in considerazione durante l’analisi è che anticamente, a differenza di ciò che accade oggi, le monete rimanevano diffuse molto a lungo. Uscivano di fatto dalla circolazione quotidiana solo per casi accidentali (come un banale e semplice smarrimento, ad esempio) o se ufficialmente ritirate dalle autorità per essere cambiate con nuove emissioni. Così, nonostante venga spesso considerata dagli archeologi un reperto datante “per eccellenza”, il dato cronologico fornito da una moneta necessita comunque di ulteriori conferme. E nonostante per le monete imperiali romane la titolatura dell’imperatore consenta di determinare se non addirittura l’anno preciso di emissione quantomeno un periodo di anni ristretto, per una corretta ricostruzione storica rimane determinante il confronto con ritrovamenti particolarmente attendibili come i tesoretti monetali, gruppi di monete deliberatamente nascosti o sepolti insieme, solitamente all’interno di un contenitore. Proprio per quanto affermato prima, le monete all’interno di un tesoretto possono avere origini e datazioni molto diverse. Quindi, per stabilire la data del seppellimento, è necessario ricostruirne la cronologia: le emissioni più tarde indicheranno il terminus ante quem non, cioè il momento (più o meno approssimativo) in cui sono state nascoste.

Nonostante risulti relativamente semplice ipotizzare quel possano essere state le cause dell’occultamento del tesoretto (la paura delle guerre, delle violenze e dei saccheggi ad esse collegati, ad esempio) è sempre difficile accertare il motivo originario della sua creazione. Nella maggior parte dei casi infatti i tesoretti non forniscono informazioni sul motivo dell’accumulo.

Il tesoretto del Vicus Caprarius. A seguito di un devastante incendio che colpì la domus intorno alla metà del V secolo (connesso, con ogni probabilità, al saccheggio di Roma del 455 da parte dei Vandali di Genserico) colpì la domus, il pianterreno della residenza fu abbandonato ed obliterato da una colmata di terra alta circa 4 metri. Da questo contesto gli scavi hanno permesso di portare alla luce un tesoretto di 873 piccole monete in bronzo (nummi, emissioni databili tra la fine del III e la metà del V secolo) e un asse dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.). Su quest’ultima, ancora in circolazione dopo 400 anni (a riprova del “ciclo di vita” infinito delle monete antiche), fu incisa dalle autorità la contromarca LXII (corrispondente al valore di 42 nummi).

Tesoretto monetale del Vicus Caprarius
Il “tesoretto monetale” del Vicus Caprarius – Foto di Andrea Manuti.

Lo scarso potere d’acquisto che caratterizza il tesoretto del Vicus Caprarius nonostante il rilevante numero di monete (il nummus, infatti, nel sistema monetario dell’epoca al cui vertice era il solidus, la moneta d’oro, rappresenta il nominale di minor valore) ha fatto ipotizzare che il suo proprietario fosse uno dei dipendenti o, addirittura, dei servi che frequentavano la domus. Il tesoretto ha fornito informazioni utilissime per la comprensione delle strutture che caratterizzano l’area archeologica del Vicus Caprarius. La sua composizione e il luogo di ritrovamento (gli ambienti di servizio della domus) sono infatti testimonianze dirette di un periodo storico segnato da ripetuti saccheggi di cui furono proprio le residenze signorili a subire i maggiori danni. Ma soprattutto, le effigi degli imperatori, i resti di tessuto ancora aderenti ad alcune monete e riferibili verosimilmente al contenitore originario, consentono al visitatore di “affacciarsi” su una storia “non ufficiale”, quella delle persone comuni, interrotta duemila anni fa e riportata in vita dalle sapienti mani degli archeologi.

Moneta con tracce tessuto ("Tesoretto" del Vicus Caprarius)
Moneta con resti di tessuto del contenitore originario (“Tesoretto” del Vicus Caprarius)

Le monete sono state oggetto di un accurato restauro, fortemente voluto dal Gruppo Cremonini e realizzato da Alessandra Barone e Barbara Gregni (Cooperativa Restauri Archeologici di Roma) sotto la guida del Dott. Fiorenzo Catalli, Direttore Archeologo della Soprintendenza Archeologica di Roma e, dal 19 dicembre 2006, fanno parte del suggestivo antiquarium allestito all’interno dell’area archeologica.