Archeologia sotterranea: la cisterna del Vicus Caprarius.

In età adrianea i due ambienti più vicini al Vicus Caprarius furono trasformati nei vani comunicanti di un grande serbatoio idrico. Durante gli scavi effettuati nel corso dei lavori di ristrutturazione dell’ex cinema Trevi tra il 1999 ed il 2001, è stato quindi portato alla luce un castellum aquae dell’Acquedotto Vergine. Frontino infatti, nel De aquaeductu urbis Romae, documenta l’esistenza di 18 castella secondari lungo il tratto urbano dell’Acqua Vergine.

Area archeologica del Vicus Caprarius - la Città dell'Acqua: la cisterna.
Area archeologica del Vicus Caprarius – la Città dell’Acqua: la cisterna.

Le pareti perimetrali furono rifasciate con altri muri (raddoppiandone lo spessore) per bilanciare la pressione causata dalla massa d’acqua all’interno. Le superfici del serbatoio furono rivestite con uno strato di intonaco idraulico, allestendo cordoli alla giunzione fra pavimento e pareti per impedire eventuali perdite d’acqua. L’immissione doveva avvenire dal Vicus Caprarius: si spiega così la pendenza del piano di fondo, che doveva evitare eventuali ristagni. Dal piano di fondo si aprono due canali (uno di dimensioni maggiori e uno minore in cui si conserva ancora la fistula plumbea) per la fuoriuscita dell’acqua, entrambi protetti da cordoli per evitare che i sedimenti potessero ostruirli.

L’interpretazione del serbatoio con una struttura relativa all’Acquedotto Vergine trova conferma nella notevole capacità del serbatoio, stimata in circa 150.000 litri d’acqua, che non può essere messa in relazione con un’utenza privata. Inoltre il sistema di uscita dell’acqua articolato su sezioni diverse è un elemento tipico dei castella: permetteva infatti di differenziare le utenze pubbliche da quelle private.