A tavola nella domus

Se per gran parte della popolazione i pasti (ientaculum, prandium e cena) erano essenzialmente molto semplici, l’élite politica, commerciale e finanziaria della società, soprattutto in età imperiale, per amore della buona tavola non badava a spese. Da tutte le parti del mondo conosciuto, infatti, arrivavano a Roma vini prelibati e leccornie per allietare il palato dei commensali durante i banchetti, vere e proprie cene di rappresentanza dove tessere relazioni sociali, stringere alleanze e stipulare affari. Durante tutto l’anno, dopo ogni raccolto, arrivavano così tante navi che trasportavano carichi provenienti da ogni dove, che la città sembrava il magazzino del mondo. E’ incredibile come il mare, per non parlare del porto, sia abbastanza grande per tutte queste navi mercantili. Con queste parole Elio Aristide nel 144 d.C. descrive il flusso di merci ad Ostia nel suo “Elogio di Roma”.

In modo non diverso dai nostri giorni, i romani usavano carne di bue e di maiale per spiedini e grigliate. Mangiavano anche carne di cervo e di asino, oltre a quella di animali oggi scomparsi dalla nostra tavola: ghiro, fenicottero (di cui si prediligeva la lingua), la cicogna e la gru.

Sulla tavola dei romani non mancava il pesce. Dai piccoli pesci conservati in salamoia (gerres, maenae, ecc.), diffusi tra il popolo per il costo basso, a quelli più ricercati come il rombo, le triglie, le sogliole, lo scaro (cerebrum Iovis paene supremi, lo chiama Ennio), lo storione.

Il buon sapore dei cibi e, di conseguenza, la buona riuscita di un banchetto, dipendeva in gran parte dall’abilità del cuoco nel dosare il garum, la salsa più diffusa. Nei libri di agronomia Geoponica (XX, 46, 1), ci sono state tramandate dettagliate indicazioni sulla sua preparazione. In un recipiente le interiora dei pesci venivano ridotte ad una poltiglia e lasciate macerare per giorni in salamoia. L’impasto veniva poi filtrato attraverso diversi setacci per ottenere un liquido: il garum, appunto.

La frutta è quella che si mangia anche ai nostri giorni (ad eccezione degli agrumi che venivano dall’Oriente e cominciarono a diffondersi in Italia verso il quarto secolo d.C.). Mele (la più nota era la mela cotogna, malum Cydonium), pere, ciliegie (la cui coltivazione fu introdotta dal Ponto durante le guerre mitridatiche), susine, uva, noci, mandorle, castagne. Molto comuni erano i datteri, che venivano importati dai paesi caldi.

Olea prima omnium arborum est (fra tutti gli alberi il primo posto spetta all’ulivo) così scrive nel I sec. d.C. Columella nel De re rustica (V, 8, 1). In effetti questo primato è confermato dalle stime degli studiosi, secondo cui un romano consumava circa 60 litri di olio, di cui 20 in cucina e il resto per l’igiene, la cosmesi e la medicina, per l’illuminazione, per lubrificare e per usi rituali. Proprio per l’importanza che questo prodotto aveva nella vita quotidiana e, viste le cifre nell’economia, molti autori latini hanno lasciato indicazioni e consigli sulla sua produzione e conservazione. Come, ad esempio, quello di conservare il più a lungo possibile le olive per poter fare, all’occorrenza, olio fresco da offrire ai convitati.

Spatheia, anfore di piccole e medie dimensioni di produzione africana. Lo stato di conservazione e l'omogeneità tipologica fanno presupporre che buona parte dell'interro degli ambienti al pianterreno della domus sia stato realizzato con materiale proveniente dallo sgombero di un magazzino destinato alla conservazione dell'olio africano.
Spatheia, anfore di piccole e medie dimensioni di produzione africana. Lo stato di conservazione e l’omogeneità tipologica fanno presupporre che buona parte dell’interro degli ambienti al pianterreno della domus sia stato realizzato con materiale proveniente dallo sgombero di un magazzino destinato alla conservazione dell’olio africano.

Esattamente come oggi, esistevano varietà di vini adatte a tutte le tasche. Quelli dozzinali, come il cosiddetto “vino di Marsiglia”, e quelli eccellenti. Il Falerno, prodotto nella Campania settentrionale e considerato il vino migliore da Plinio il Vecchio e da Orazio. Il vino di Albano, da considerare l’antenato del “vino dei Castelli”, preferito da Marziale. E poi il Caleno, il Massico, e il Cecubo (generoso e fortissimo secondo Orazio) prodotto nel sud del Lazio, nella zona di Fondi.

…Buon appetito!